Nel dibattito apertosi nella nostra città su come risolvere il problema dell’assistenza ospedaliera, dopo la presentazione dello studio sulle possibili aree per la nuova edificazione, si registrano prese di posizione, soprattutto tra chi rivendica un ospedale tutto nuovo, di contenuto molto avveniristico ma ancora non consolidate dal punto di vista normativo.
Queste argomentazioni vengono erette a barriera nei confronti di chi avanza ipotesi più conservative rispetto alla struttura esistente, come il Comitato sorto a tutela dell’azienda Ospedaliera.
Per i modelli ospedalieri di nuova generazione vengono avanzate ipotesi suggestive, a misura d’uomo, che dovrebbero, almeno nelle intenzioni di chi le propone (architetti e ingegneri), accelerare la guarigione dei malati, ridurre lo stress, migliorare complessivamente la qualità di vita di pazienti ed operatori.
Ovviamente tutti questi “innovatori” hanno il limite di appartenere al mondo delle professioni tecniche, nonostante ciò, ritengono di imporre soluzioni valide anche per altri professionisti (medici ed infermieri) per poterne migliorare le prestazioni ed il rendimento operativo.
Gli “innovatori” ritengono gli ospedali attuali superati non tanto per un criterio strettamente anagrafico, come buon senso vorrebbe, quanto per l’inadeguatezza manifestata nella vicenda Covid-19, che avrebbe messo in evidenza le criticità dei servizi sanitari, in primo luogo quelli ospedalieri. A tale riguardo postulano che le nuove strutture dovranno caratterizzarsi per “flessibilità e modularità in modo da adattarsi rapidamente ad emergenze e nuovi bisogni; essere sostenibili, con spazi verdi, grande accessibilità, consumi energetici ridotti; digitalizzazione ed uso della Intelligenza Artificiale per migliorare gli esiti clinici, automatizzare i processi e supportare i professionisti; avere camere singole e accoglienti, spazi collettivi, servizi di supporto ad operatori, pazienti e familiari, percorsi di cura strutturati in base alla intensità di cura del paziente; integrazione territoriale, connessione con la città e la comunità in una logica di circolarità; efficienza e sicurezza, con percorsi mirati, separazione fra sporco e pulito, uso di energie rinnovabili, contrasto alle infezioni ospedaliere”.
Tutta questa innovazione verrà calata dall’alto sugli operatori sanitari. come una manna che cade dal cielo, e gli stessi si troveranno a vivere in una realtà che non avevano ancora immaginato ove tutti i loro problemi saranno magicamente risolti.
Fa sorridere la separazione tra sporco e pulito che non è proprio una innovazione del terzo millennio ma è un requisito piuttosto datato che è richiamato nel DPR 14.1.1997 in tema di autorizzazioni sanitarie. Qualche “innovatore” confonde quest’ultima normativa, che è specifica per le autorizzazioni sanitarie, con quella preposta agli accreditamenti delle strutture. Autorizzazione ed accreditamento sono due fasi ben separate e distinte negli iter di gestione delle strutture, molto spesso richiamate nella vicenda tutta ternana dello Stadio-Clinica.
Altro aspetto sconcertante proposto dagli innovatori è l’idea, piuttosto ingenua a giudizio di chi scrive, di contrastare con l’edilizia la diffusione delle infezioni ospedaliere, come se l’isolamento fisico, anche questo è un concetto di vecchia data, potesse da solo arginare il contagio. Porterebbe via troppo tempo ma le variabili in gioco nella genesi dei ceppi batterici multiresistenti, che sono la vera emergenza nelle Infezioni Ospedaliere, riguardano questioni extra ediliziecome: la politica nell’uso degli antibiotici e l’impatto che tali farmaci esercitano sul microbiota del paziente; il rispetto delle norme di antisepsi da parte degli operatori; l’intensità e la durata delle procedure invasive praticate sul paziente e non ultimo lo stato di immunocompetenza del paziente.
Il problema vero che emerge da tutti questi studi che tentano di cristallizzare una volta per tutte un modello di ospedale del futuro, da contrapporre agli ospedali del passato, rappresenta una chimera in quanto l'evoluzione della tecnologia è il vero motore dell’innovazione assistenziale.
È paradossale constatare che per fare la diagnosi di Covid oggi non occorre più il coinvolgimento di una struttura ospedaliera in quanto i kit diagnostici sono ampiamente diffusi e disponibili sul territorio (Farmacie, Supermercati etc).
Pertanto, l'unica ragione che giustifica l'esistenza dell'ospedale, è di natura economica e dettata dall’esigenza di concentrare le tecnologie assistenziali ad alto costo, non potendo le stesse essere distribuite in maniera capillare su tutto il territorio.
Questa rapidità nei cambiamenti della tecnologia dovrebbe far comprendere a tutti che il giudizio sulla vetustà edilizia, è una variabile molto labile per giudicare l’efficacia delle strutture ospedaliere; tanto che ancora oggi abbiamo ospedali universitari di eccellenza che risalgono ai primi del 900 come il Policlinico Umberto I a Roma.
La massiva penetrazione della tecnologia ha impattato lo stesso lavoro del medico che è mutato profondamente nel corso degli anni, passando da una fase in cui la semeiologia era l’unico modo per fare una diagnosi, fino ad arrivare ad un punto in cui, per non cadere in errori e per fare una diagnosi appropriata c’è bisogno dell’indispensabile supporto strumentale.
Sulla base di queste argomentazioni è evidente che la dicotomia ospedale nuovo ospedale vecchio si attenua sino a scomparire e viene ad essere sostituita da un’altra dicotomia più concreta cui l'ospedale deve rispondere:l'ospedale funziona o non funziona per le esigenze del paziente?
L'altro aspetto che tende a rendere marginale ed anacronistica la discussione sulla tipologia della scatola edilizia vecchia o nuova è dettata dal mutamento del profilo epidemiologico della popolazione avvenuto negli ultimi decenni, che è andato trasformandosi da quello di una popolazione portatrice di patologie acute, in cui l'ospedale è il dominus indispensabile, a quello caratterizzato dalla prevalenza delle patologie croniche in cui il territorio è il luogo dove si dovrà concentrare sempre di più l’assistenza.
Quindi l’Ospedale rimane il tempio dove si concretizza il binomio diagnosi/terapia nello stato di acuzie del paziente, mentre il territorio rappresenta il luogo in cui verrà curata per tutta la vita la patologia diagnosticata in ospedale.
Le patologie croniche, oggi sono largamente dominanti rispetto a quelle acute, e non necessitano di un ospedale per essere adeguatamente trattate; tanto che giudichiamo inappropriati molti i ricoveri di pazienti cronici in ambiente ospedaliero, concetto largamente rappresentato nel DM 77/2022.
Tutto questo ragionamento sta a sottolineare che il dibattito sul tema edilizia ospedaliera è un argomento che incide solo marginalmente sulle dinamiche assistenziali della popolazione e che può interessare solo a chi sta a cuore prioritariamente l’attività edilizia e molto di meno i problemi di salute dei cittadini.
In conclusione, colpisce la sproporzione esistente attualmente in Italia tra il numero degli ospedali vetusti e le nuove edificazioni che sono una nettissima minoranza. In Italia il numero totale degli ospedali pubblici si aggira intorno a 1.000, mentre il numero annuo di nuove edificazioni stenta a raggiungere le 10 unità. È evidente che il ricambio di tutte le strutture richiederà oltre 100 anni, quindi un tempo ben superiore ai 50-60 anni di vita media per ospedale,postulati dagli attuali progettisti. Questo dato dovrebbe stimolare ulteriori riflessioni, ma per il momento è meglio fermarsi qui.
Gianni Giovannini