In un breve post pubblicato su Facebook il Prof Andrea Crisanti ha lanciato l’idea di iniziare a nazionalizzare la sanità privata convenzionata.

il microbiologo Andrea Crisanti è molto conosciuto anche a Terni, per gli studi sui nuovi approcci per l’eradicazione della malaria. Il suo lavoro si è concentrato sull’uso di un gene (un segmento di DNA costruito in laboratorio) che viene inserito nel genoma della zanzara per alterare il differenziamento sessuale degli individui, rendendo le femmine sterili e incapaci di pungere, interrompendo quindi la trasmissione del parassita della malaria. I maschi, invece, non subiscono alterazioni e continuano a riprodursi normalmente.

In questo modo, generazione dopo generazione, si può ottenere un aumento delle femmine sterili ed alla conseguente diminuzione delle zanzare capaci di trasmettere la malaria.

Il Prof Crisanti è diventato un volto noto, presso il grande pubblico, per le numerose interviste rilasciate sulla gestione della pandemia COVID-19.

Tornando alla questione di partenza, la sua proposta per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) muove dal fatto che l’Italia è uno dei Paesi con la spesa sanitaria privata in regime convenzionale, cioè, sostenuta integralmente con soldi pubblici, più elevata al mondo.

Il nostro Paese è un vero e proprio paradiso per le strutture private convenzionate, non a caso nella nostra città da qualche anno si assiste ad un dibattito molto aspro e partecipato in cui il rifacimento dello stadio Liberati è stato legato alle sorti di una nascente casa di cura che negli auspici del progetto “stadio-clinica” punterebbe al convenzionamento.

Secondo il Prof Crisanti in Italia i privati convenzionati beneficiano di diversi irragionevoli vantaggi a danno del contribuente. Anzitutto, si appoggiano alle infrastrutture pubbliche per rimediare alle complicanze eventuali di interventi chirurgici o di assistenza al parto senza sostenerne i costi dei servizi di emergenza.

Inoltre, i privati possono scegliere le prestazioni da erogare, concentrandosi solo sugli interventi che presentano un margine di profitto più elevato.

Come se non bastasse, ogni anno si vedono rinnovato automaticamente dalle Regioni l’impegno di spesa, senza gara ed in continuità con l’anno precedente.

Questo significa che il nostro Paese, di fatto, ha eliminato il rischio di impresa per le strutture convenzionate.

Il Prof Crisanti ritiene questa situazione non più tollerabile, affermando che è urgente invertire la tendenza alla privatizzazione della sanità italiana prima che incida ancora di più sulla vita dei cittadini.

Le soluzioni proposta è una decisa e progressiva riduzione del rilascio di nuove convenzioni ai privati e la nazionalizzazione delle strutture private convenzionate di interesse strategico che non sopravvivrebbero senza il supporto delle convenzioni.

Personalmente ritengo condivisibile questa opzione anche per altri vantaggi di cui godono tutte le strutture private, indipendentemente dal convenzionamento con il SSN.

La crisi del Servizio Sanitario sembra agire esclusivamente sul versante della sanità pubblica, mentre non sembra incidere allo stesso modo su quella sanità privata che, invece, sta sviluppando per le ragioni che seguono volumi di attività mai visti in precedenza.

L’ipotesi che sorge è che la risorsa SSN è funzionale a soddisfare diversi appetiti di soggetti portatori di interesse che beneficiano di una serie di «distrazioni» legislative che si sono succedute nel tempo. Vediamone alcune:

  • Asimmetria di regole fiscali tra sanità pubblica e privata. Per le aziende sanitarie l’IVA è un costo non soggetto a compensazione come avviene per le private;
  • L’introduzione del Federalismo sanitario che ha svilito la programmazione sanitaria nazionale ma non ha trovato le regioni all’altezza del compito assegnato sia nella programmazione sanitaria sia nella garanzia di accessibilità ai servizi (Liste di attesa). La tabella che segue traccia l’andamento dei ricoveri ordinari registrati a livello nazionale sia nelle strutture pubbliche che nelle strutture private in un arco temporale di quasi 20 anni, cioè dal 2001 al 2018.
RICOVERI ORDINARI
ANNO PUBBLICO PRIVATO
2001 7.823.778 1.335.150
2010 5.684.712 1.685.554
2015 4.892.583 1.505.451
2018 4.678.113 1.461.473

Il dato che si evidenza è la forte diminuzione dei ricoveri ordinari nelle strutture pubbliche, infatti, sono passati da quasi 8 milioni nel 2001 a 4.6 milioni nel 2018, mentre per i privati il dato è di segno diverso, cioè con una lieve tendenza all’incremento dal 2001 al 2018. La riduzione di attività ospedaliera nelle strutture pubbliche in termini di ricoveri nel periodo esaminato è stata di circa il 40%. Le regioni hanno in tutto questo tempo avuto in mano le leve decisionali in materia di attività ospedaliera e avrebbero potuto, se lo avessero voluto, contenere il ricorso all’assistenza ospedaliera privata semplicemente garantendo una maggiore offerta da parte dei propri servizi. Per pudore si omettono i dati della post-acuzie, riabilitazione in particolare, dove il SSN risulta relegato dall’inerzia delle regioni a svolgere un’attività residuale rispetto ai volumi del privato.

  • Le contraddizioni presenti nel DM 77/2022 che ammette un “modello” per il territorio che possa funzionare con équipes composte da soggetti regolati da non meno di 5 diversi contratti di lavoro (MMG, PLS, Specialisti Ambulatoriali, Comparto Sanità e Dirigenza Medico-Veterinaria);
  • Gli investimenti in edilizia sanitaria che l’INAIL poi pone a canone di locazione al SSN, senza tenere in considerazione la “compensazione” delle prestazioni che il SSN eroga gratuitamente agli infortunati ed ai tecnopatici.
  • La legge 135/2012, e il successivo DM70/2015 che hanno programmato la riduzione dello standard di posti letto ospedalieri in maniera asimmetrica. La riduzione dei posti letto, infatti, è stata posta dalla Legge a carico delle strutture pubbliche per una quota non inferiore al 50 per cento. In altri termini la cura dimagrante è avvenuta, in maniera antieconomica a carico delle strutture pubbliche. Queste ultime possono e dovrebbero fare ricoveri aggiuntivi a buon mercato per la marginalità dei costi di produzione.
  • Le politiche per il personale a cui è stato imposto un tetto finanziario rigoroso che ne ha determinato il depauperamento in termini quantitativi, rallentando il turnover e favorendo l’invecchiamento del personale in servizio.
  • L’insuperabilità del tetto di spesa ha generato un altro problema che è quello della sotto remunerazione dei professionisti che lavorano nella sanità pubblica, tanto che ad oggi il servizio sanitario nazionale italiano, risulta avere il personale tra quelli meno remunerati a livello europeo.
  • Alla sanità privata è stata riconosciuta la potenzialità di affiancare il servizio sanitario con il meccanismo dell’accreditamento che si basa sul principio di parità qualitativa del servizio erogato. In realtà di fronte ad una parità di facciata si registra una profonda disparità sul fronte delle regole gestionali, che sono tutte a favore del privato. L’arruolamento del personale medico, per esempio, non risulta vincolato dal possesso del diploma di specializzazione. Chi intende, invece, lavorare presso il SSN deve prima munirsi di una specializzazione che il Legislatore ha reso monopolio dell’Università. La domanda è come fa un soggetto “accreditato” a reclutare personale con requisiti così differenti dal pubblico senza subire limitazioni nella qualità delle proprie prestazioni?
  • Il ruolo dell’Università nelle scuole di specializzazione rappresenta una ulteriore criticità a danno del SSN. IL paradosso consiste nel fatto che un medico laureato e abilitato trova nel diploma di specializzazione un ostacolo non indifferente per accedere al lavoro nel SSN, che dovrebbe rappresentare l’approdo naturale per chi si laurea in medicina e chirurgia. Il problema risiede nel fatto che il Legislatore ha reso il percorso di specializzazione monopolio dell’Università che rivendica la proprietà formativa dello specializzando. Questa clausola, che vige solo in Italia, di fatto sottrae forza lavoro al servizio sanitario pubblico per un lasso di tempo estremamente importante (gli anni occorrenti al conseguimento del diploma). Non è eticamente accettabile, per un paese che vuole definirsi civile, tenere in parcheggio delle professionalità già formate (medici abilitati) e spendibili per servire la comunità, attraverso il SSN che è lo strumento con cui lo Stato italiano dà attuazione alla Costituzione.
  • L’accesso alle scuole di specializzazione di Medicina rappresenta un altro aspetto piuttosto discutibile, ma è la conseguenza del punto precedente.

Per tutte queste ragioni si impone un ripensamento radicale del SSN in cui i vari portatori di interessi secondari alla fine prevaricano il portatore di interesse principale e legittimo (il cittadino contribuente) che sovvenziona un sistema che lo sta marginalizzando sempre di più.

Gianni Giovannini