Punti di forza e di debolezza
L’Azienda Ospedaliera Santa Maria, durante la recente pandemia, ha dovuto far fronte ad un notevolissimo stress organizzativo e funzionale determinato da un carico di casistica senza eguali in Regione, che per alcuni osservatori avrebbe, invece. evidenziato una inadeguatezza strutturale dell’ospedale ternano, mentre altri ospedali umbri hanno superato brillantemente la pandemia, con il piccolo dettaglio che di quel tipo di pazienti ne hanno assistito un numero alquanto limitato.
Questa presunta inadeguatezza e vetustà della struttura, secondo gli opinionisti di prima comprometterebbe la funzionalità e l’efficacia assistenziale dell’ospedale di Terni. Questa affermazione confligge con il fatto che la A.O. Santa Maria di Terni, fino al 2019, figurava ai primi posti del “ranking” nazionale degli Ospedali azienda.
È del tutto evidente, quindi, che le criticità portate a giustificazione per la realizzazione di un complesso ospedaliero tutto nuovo in un nuovo sito, non possono in nessun modo essere ricondotte a presunti problemi strutturali dell’Ospedale Santa Maria.
Nel corso dei suoi cinquanta anni di attività sono mutati alcuni importanti aspetti di contesto che richiedono una attenta riflessione, non solo dal punto di vista strutturale ma ancor più dal punto di vista organizzativo-funzionale, evidenziando gli indubbi punti di forza senza sottovalutare quelli di evidente debolezza.
I Punti di forza:
La struttura edilizia, configurata a poli blocco ad ali sventagliate, nel corso degli anni non è andata incontro ad ampliamenti significativi, ad eccezione dell’aggiunta del nuovo corpo edilizio del Pronto Soccorso/Blocco Operatorio; la compattezza del suo assetto strutturale favorisce indubbiamente l’integrazione tra i servizi.
Dispone di due blocchi operatori:
- un blocco principale, posto sopra il P.S., inaugurato nel 2009, moderno e razionale, con 10 sale, molteplici ed avanzate dotazioni tecnologiche operatorie, integrato nel 2019 con la realizzazione di una modernissima “sala ibrida”;
- un secondo blocco, più datato, con quattro sale di minore ampiezza, in prevalenza utilizzato per la chirurgia meno legata a necessità di spazio, come la day-surgery.
Dispone di una dotazione di tecnologie sanitarie all’altezza del suo ruolo di Dipartimento di Emergenza di II livello.
Alcune strutture operative sono strategicamente collocate all’esterno dei poli blocco centrale, (Malattie Infettive, Centro Fisioterapico, Dialisi e Anatomia Patologica), con indubbio vantaggio per la gestione delle patologie in causa.
Dispone di un eliporto di recentissima realizzazione.
È posizionata su un colle che permette un notevole soleggiamento durante tutto l’anno.
È adiacente all’ospedale un sito universitario dedicato all’attività didattica della facoltà di medicina.
È in fase di ultimazione, nelle vicinanze, un residence atto ad ospitare in futuro i congiunti dei ricoverati provenienti da fuori città.
Punti di debolezza organizzativa e funzionale
La eccessiva proiezione verticale del complesso, con la conseguente problematicità dei percorsi verticali serviti da ascensori non in linea con le attuali esigenze tecnico-sanitarie.
L’irrazionale dislocazione di alcune aree clinico-assistenziali (Dipartimento Materno-Infantile, il Dipartimento Medico disseminato all’interno della struttura e collocato su piani diversi, i Dipartimenti Chirurgici anch’essi posti su diversi piani).
La ristrettezza dell’area del DEU, caratterizzata da:
- un evidente sottodimensionamento spaziale dell’attuale Pronto Soccorso, non in grado di accogliere il notevole e crescente afflusso di cittadini che vi si rivolgono quotidianamente;
- la lontananza dal DEU delle strutture diagnostico-terapeutiche di Emodinamica e Radiologia Interventistica;
- la dispersione delle aree intensive specialistiche, mal collegate al DEU
La presenza ormai inaccettabile di aree degenza carenti di condizionamento, seppure in fase di miglioramento.
La promiscuità degli accessi e dei percorsi interni.
L’insufficienza dell’area dedicata alle attività ambulatoriali, peraltro particolarmente disperse all’interno della struttura nocosomiale.
L’inadeguatezza ed insufficienza delle aree di parcheggio che contribuiscono a rendere non agevole la circolazione veicolare intorno al complesso ospedaliero, con disagi che interessano l’antistante quartiere.
È evidente, pertanto, che il quadro ora delineato richiede interventi strutturali assolutamente necessari, alcuni dei quali non sono più rinviabili, quand’anche l’orizzonte temporale dell’attuale struttura dovesse essere rappresentato dai lunghi tempi della realizzazione di un ospedale nuovo.
La presunta vetustà del sito appare del tutto trascurabile se rapportata alle più grandi strutture ospedaliere italiane storiche, per lo più configurate a padiglioni :L’Ospedale Maggiore “Cà Granda” di Milano, il Sant’Orsola di Bologna, l’Ospedale Galliera di Genova che hanno tutte più di un secolo alle spalle, il San Camillo di Roma e Le Molinette a Torino ed altri ancora, per finire con il Policlinico Gemelli a Roma e il San Carlo Borromeo a Milano, che hanno iniziano l’attività intorno agli anni sessanta del ventesimo secolo e tanti altri ancora).
Ciò nonostante, la maggior parte di questi ospedali continua a presentare dei livelli di performance ragguardevoli ed una rilevante attrattività, a riprova che l’utenza è attenta soprattutto all’offerta di servizi, alla qualità delle risorse umane ed alla buona organizzazione assistenziale ed alle innovazioni prestazionali.
Una capillare ricognizione delle strutture ospedaliere pubbliche esistenti in campo nazionale, pubblicata di recente dal PD nazionale, ha evidenziato che quasi il 60% delle stesse è stata realizzata prima del 1970; di queste, un terzo risale addirittura a prima del 1940. Quindi il 20% degli ospedali pubblici italiani risale a prima della Seconda guerra mondiale.
Questo dato rende molto aleatoria, a giudizio di chi scrive, la possibilità di ottenere finanziamenti ministeriali per la realizzazione di un complesso ex novo, in quanto il nostro ospedale, ultimato nel 1974, ad oggi rientra tra il 40% degli ospedali italiani più giovani e non può in alcun modo vantare una priorità di intervento motivata dalla sua presunta vetustà.
Gianni Giovannini